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mercoledì 18 dicembre 2013

In libreria la quarta edizione di Diritto Internazionale. Casi & Material



                                                                         di Rosario Sapienza
Mi faccio assiduo, me ne rendo conto, ma non posso fare a meno di segnalare l’arrivo in libreria della quarta edizione del volume Diritto Internazionale. Casi e Materiali, da me curato per i tipi della casa editrice Giappichelli. Questa edizione presenta non poche diversità rispetto alle tre edizioni che la hanno preceduta (1999, 2002, 2007) ognuna delle quali, peraltro, non era mai stata soltanto la ... ristampa aggiornata delle precedenti, ma in uno sforzo di costante adeguamento alle sempre mutevoli esigenze della didattica, si era presentata sempre funzionale a nuovi contesti e nuove strategie formative.
L’attuale, comunque, si presenta, se possibile, ancor più … diversa. In primo luogo perché di essa io non sono l’autore, ma il curatore e, in secondo luogo, perché la scelta dei materiali è quasi esclusivamente orientata verso la giurisprudenza italiana.
 I materiali raccolti in questo volume sono, infatti, alcuni tra quelli elaborati all’interno del gruppo di lavoro “Giurisdizioni nazionali e diritto internazionale” attivo presso la Cattedra di diritto internazionale e diritto dell’Unione europea da me diretta nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Catania.
Il Gruppo di lavoro “Giurisdizioni nazionali e diritto internazionale” è composto da giovani studiosi del diritto internazionale e del diritto dell’Unione europea ed è stato costituito nel 2007 in appoggio al corso avanzato “Il diritto internazionale nel processo italiano” avviato proprio in quell’anno accademico, e ciò secondo la prassi seguita fin dal 2001, anno in cui venni chiamato ad assumere la direzione della Cattedra, di creare un gruppo di lavoro che svolga l’attività  di ricerca e di organizzazione che la realizzazione di ciascun corso comporta.
L’idea che ispira e sottende le attività del gruppo è che, sebbene lo studio dell’incidenza del diritto internazionale sul diritto interno degli Stati appartenga al novero degli approcci tradizionali alla ricerca nelle discipline giuridico-internazionali, da qualche tempo esso ha assunto nuova dimensione e importanza in relazione proprio al ruolo dei giudici nazionali nell’amministrare l’applicazione del diritto internazionale all’interno dei propri ordinamenti e all’esigenza di enfatizzare adeguatamente come il diritto internazionale possa e debba sempre più vivere anche nella e della sua applicazione all’interno degli Stati. E’ superfluo, mi pare, sottolineare poi quanto questo approccio sia proficuo per la formazione del giurista contemporaneo e come esso rappresenti una via aurea verso la presentazione adeguata agli studenti di giurisprudenza della evoluzione del diritto internazionale.

I casi presentati in questa raccolta sono stati scelti (in collaborazione con gli autori delle singole note di presentazione, che colgo qui l’occasione per ringraziare) avendo presente l’esigenza di dare una sintetica, ma, per quanto possibile, completa rappresentazione degli indirizzi assunti dalla giurisprudenza italiana nell’applicazione del diritto internazionale e del diritto dell’Unione europea, avendo presenti i vari parametri costituzionali operanti al riguardo. Così si spazia dalla teoria dei controlimiti, elaborata come si sa in relazione all’applicazione del diritto dell’Unione europea e dunque all’interno delle problematiche relative all’articolo 11 della Costituzione (capitolo che si deve a Elisabetta Mottese), alla giurisprudenza in tema di immunità degli Stati stranieri dalla giurisdizione italiana, intercettando dunque tematiche attinenti alla sfera dell’articolo 10, primo comma (ad opera di Giuliana Quattrocchi e Federica Gentile). La raccolta si conclude poi con l’esame della recente giurisprudenza in tema di applicazione in Italia della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e dunque con l’analisi di problematiche relative all’articolo 117 della nostra Costituzione (di Elisabetta Mottese ed Eleonora Litrico).
L'auspicio rimane quello, già formulato in occasione delle precedenti edizioni, che questo volume possa contribuire alla diffusione in Italia della conoscenza del diritto internazionale, particolarmente tra coloro che sono dediti alle tradizionali professioni forensi.

sabato 14 dicembre 2013

In libreria Diritto Internazionale. Quattro Pezzi Facili



 di  Rosario Sapienza


Come si dice .... Scusate se da sol mi presento ..... E’ da qualche settimana in libreria l’ultimo mio libro, intitolato “Diritto Internazionale. Quattro Pezzi Facili”, pubblicato per i tipi della Giappichelli.  Esso raccoglie in quattro saggi (appunto i quattro pezzi facili) i primi risultati di un complesso e articolato itinerario di ricerca volto ad una accurata presentazione della ragion d’essere e dei principali contenuti del diritto internazionale pubblico. Il diritto internazionale pubblico come autonoma disciplina scientifica e come professione nasce nella seconda metà dell’ottocento. E’ in quel torno di tempo che si assiste a una vera e propria rivoluzione metodologica negli studi giuridici all’insegna del positivismo, soprattutto da parte della dottrina tedesca. Si cimentano in quest’opera grandi giuspositivisti, come Bluntschli, Heffter, Triepel, Heilborn. L’intento che animava questi studiosi era infatti quello di giungere a una ricostruzione del diritto internazionale coerente con i principi del giuspositivismo che si andavano affermando in quegli anni nello studio degli ordinamenti giuridici degli Stati.
Il mio libro prende le mosse proprio dalle loro ricerche, non tanto nell’intento di avviare una indagine storica, ma   di offrire piuttosto una prima indicazione di metodo nella ricostruzione delle vicende delle quali si tratta, e cioè quella di considerare la realtà delle relazioni giuridiche internazionali sia per come vengono viste e pensate dagli attori in esse impegnate sia per come appaiono allo sguardo  dell’osservatore che le ricostruisce. Questa doppia prospettiva, nella quale mi pare si sostanzi, opportunamente, una metodologia che voglia essere adeguata, offre, credo, una feconda occasione di approfondimento e di originale ricostruzione di quel singolare fenomeno giuridico che chiamiamo diritto internazionale pubblico.
Ricostruzione che deve poi, di necessità, contaminare gli strumenti della indagine giuspositivistica con quelli dell’approccio storico-critico, operazione da qualche tempo diventata usuale per gli studiosi della nostra disciplina tanto in Europa quanto Oltreoceano. Non si tratta, in altre parole, di scrivere una storia del diritto internazionale o di certi suoi istituti, impresa complessa anche se comunque commendevole, ma di ricostruire il portato odierno e positivo di un istituto alla luce della sua evoluzione storica, intento questo di una qualche utilità anche ai fini di una didattica non convenzionale.
Negli ultimi tempi ci si chiede addirittura se possa ancora parlarsi del diritto internazionale come un sistema normativo unico e coeso, o se invece si debba prender atto della sua irreversibile frammentazione. Se lo è chiesto la Commissione del diritto internazionale che ha istituito al suo interno un gruppo di lavoro che ha presentato nel 2006 sul tema Fragmentation of International Law: Difficulties arising from the Diversification and Expansion of International Law, il suo Rapporto finale contenente 42 conclusioni. Si è così per il momento terminata una lunga stagione di riflessione su queste tematiche, affidata anche a ponderosi studi.
Questo volume non comprende tutte le tematiche usualmente trattate in una presentazione sistematica del diritto internazionale pubblico.  Ho inteso, per il momento, soltanto ricostruire la vicenda attraverso la quale si è cercato di salvaguardare la costante validità dell’idea dell’unità del sistema giuridico internazionale agendo sulla nozione di soggetto giuridico internazionale, progressivamente riorganizzandola e rielaborandola al fine di mantenere  intatta per quanto possibile  l’unità del sistema giuridico internazionale, cercando poi di indagare la sua tenuta rispetto a due tematiche cruciali: la protezione dei diritti dell’uomo e la disciplina dell’uso della forza armata.


sabato 2 febbraio 2013

Alle origini del diritto internazionale. 140 anni fa la fondazione dell' Institut de Droit International


       di Rosario Sapienza

       Centoquarant’anni fa, nel 1873 a Ghent venne costituita una associazione la cui fondazione può esser fatta coincidere con la nascita del diritto internazionale contemporaneo: l’Institut de Droit International.  Erano presenti con la qualità di soci fondatori alcuni illustri giuristi dell’epoca: Asser, Besobrasov, Bluntschli, Calvo, Field, de Laveleye, Lorimer, Mancini, Moynier, Pierantoni e Rolin-Jaequemyns. Lo scopo di questo Istituto, che ha mantenuto negli anni la struttura di un’accademia scientifica ad altissimo livello e a composizione selezionatissima, era quello di promuovere lo studio e la codificazione del diritto internazionale.
Ancora oggi l’Institut ha mantenuto questa fisionomia e ancor oggi opera con le medesime modalità definite nel suo statuto. Ne fanno parte soltanto 132 membri, fra titolari e associati. Si diviene membro dell’Institut soltanto per cooptazione da parte dei soci. Ogni due anni si tiene in una città diversa una sessione di lavoro, nel corso della quale i consoci ascoltano e discutono delle relazioni presentate da membri dell’Institut che hanno assunto l’impegno di approfondire un determinato argomento.
L’Institut è come abbiamo detto una associazione tra privati, che deve il suo indiscusso prestigio esclusivamente alla stima di cui godono i suoi componenti e all’elevato livello scientifico dei suoi lavori. Ciò ha fatto sì che più volte i suoi studi abbiano influenzato gli sviluppi del diritto internazionale. Ad esempio, nel 1880, al termine di un articolato itinerario di studio e ricerca, l’Institut pubblicò il cosiddetto Manuale di Oxford sulle norme di diritto internazionale applicabili alla guerra terrestre che influenzò grandemente le Conferenze dell’Aja del 1899 e 1907. Nel 1885, la Conferenza di Berlino sull’Africa Occidentale fece proprio l’appello per la libertà di navigazione nel bacino del Congo che era stato avanzato dall’Institut nel 1883. Nel 1888 una Convenzione delineò per il canale di Suez un regime giuridico largamente ispirato ai principi contenuti nella risoluzione adottata dall’Institut nel 1879.
Inoltre, è doveroso sottolineare che l’Institut ha influenzato gli sviluppi del diritto internazionale anche ad un altro livello. Senza dubbio, infatti, sono ispirati a quelli dell’Institut i metodi di lavoro della Commissione di diritto internazionale, organo di consulenza dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite per la codificazione del diritto internazionale.   E nel 1914 venne istituita a L’Aja la prestigiosa Accademia di Diritto Internazionale, un centro di ricerca e insegnamento ad alto livello fortemente voluto dall’Institut. 

Sempre nel 1873, a Bruxelles, venne fondata l’International Law Association, con l’originaria denominazione di Association for the Reform and Codification of the Law of Nations (mutato poi in quello attuale nel 1895). Alla base della costituzione dell’associazione sta l’idea di un gruppo di giuristi e pacifisti statunitensi (tra di essi ricordiamo Burritt, Miles e Field) che occorresse dar vita ad un’associazione che si incaricasse di redigere un codice di diritto internazionale come strumento per assicurare ai popoli una pace duratura.
A differenza dell’Institut de Droit International, l’International Law Association ha decisamente puntato su una politica di apertura che l’ha portata ad avere oltre cinquanta sezioni nazionali, senza un numero prefissato di membri. I suoi scopi sono ancor oggi quelli fissati dallo statuto originario e cioè: lo studio, l’approfondimento e il progresso del diritto internazionale, pubblico e privato, lo studio del diritto comparato, la redazione di proposte per la soluzione dei conflitti di leggi e l’unificazione del diritto e la promozione della comprensione internazionale.
Ancor oggi l’Associazione si riunisce in conferenze internazionali a cadenza biennale, mentre il lavoro scientifico dell’Associazione viene portato avanti da comitati tematici sotto la supervisione di un direttore. I comitati sono nominati dal Consiglio Esecutivo dell’Associazione, sentito il direttore.
L’Associazione studia, come ricordavamo,  tematiche di diritto internazionale sia pubblico che privato, con un particolare interesse alle questioni di diritto privato, specie del commercio internazionale.

 Nel 1914 a L’Aja venne fondata l’Accademia di diritto internazionale, istituzione scientifica e di alta formazione nel campo del diritto internazionale, il cui statuto venne, come abbiamo detto, elaborato con il concorso dell’Institut de Droit International.
L’idea di un centro di formazione per il diritto internazionale risale già alle proposte del giurista tedesco von Bar, fatte proprie dalla Conferenza per la pace del 1907. L’Accademia è concretamente nata dalla collaborazione fra l’Institut de droit International e la divisione per il diritto internazionale della Fondazione Carnegie per la pace internazionale, il cui direttore, James Brown Scott, fu particolarmente attivo per la sua creazione.
L’Accademia venne formalmente costituita nel 1914, ma lo scoppio della Prima Guerra Mondiale costrinse a rinviare l’inizio dei lavori al 1923, anno in cui avvenne ufficialmente l’inaugurazione dei corsi. Da allora, migliaia di studiosi, provenienti da tutte le parti del mondo, hanno frequentato le aule del Palazzo della Pace a L’Aja (sede della Corte Internazionale di Giustizia) per i corsi che si tengono ogni anno d’estate. Le lezioni vengono tenute in inglese o francese ed in  sessioni separate per il diritto internazionale pubblico e il diritto internazionale privato, organizzate secondo il medesimo schema: ad un corso generale che tratta le principali tematiche della materia in modo sistematico  vengono affiancati corsi tematici di approfondimento. L’Accademia ha poi avviato un Centro di Ricerca che tiene sessioni annuali, nel corso delle quali giovani studiosi affrontano, sotto la guida di un direttore, delle ricerche su una data tematica.       
I corsi tenuti all’Accademia vengono pubblicati nella prestigiosa Recueil des Cours de l’Académie de Droit International de La Haye, che conta ormai numerosi  volumi. Esiste anche una associazione di exalunni dell’Accademia, la AAA (Association des Anciens Auditeurs) che svolge anch’essa un intenso programma di formazione e favorisce il mantenimento di contatti tra studiosi di diritto internazionale di tutte le parti del mondo.
Il diritto internazionale era dunque nato e si affermava come disciplina giuridica autonoma dalle altre, coltivata da un ceto professionale qualificato ed orgoglioso della propria metodologia.

Occorreva però affermare questa autonomia risolvendo alcuni importanti problemi teorici, primo fra tutti quello del fondamento della disciplina. Su cosa basava il diritto internazionale questa pretesa all’autonomia e in ultima analisi quale ne era il fondamento, da dove traeva la forza che lo portasse ad imporsi agli Stati, se non c’era (e  non c’è) una sorta di super-Stato che ne imponesse il rispetto?
Fino al settecento, era abbastanza comune spiegare il fenomeno dell’obbligatorietà del diritto internazionale riconducendolo alla forza vincolante del diritto naturale, un diritto che esiste e obbliga in quanto inerente alla natura umana, o meglio alla  natura razionale della persona umana.
Una delle prime trattazioni organiche del diritto internazionale si deve all’olandese Hugues de Groot che pubblicò nel 1625 il suo “De jure belli ac pacis libri tres”. Si tratta del primo scritto che si occupa del diritto internazionale come disciplina giuridica. In passato non erano mancate opere che avevano trattato questioni di rilievo internazionalistico, ma all’interno di una prospettiva teologica, come nel cinquecento  le opere degli scrittori di lingua spagnola De Vitoria e Suarez. Dopo l’opera di Grozio, fino ai primi anni dell’ottocento si registrano scritti di impianto giusnaturalistico, i più importanti dei quali sono le opere di Vattel e di Wolff.
Nell’ottocento, conformemente all’indirizzo che si afferma prevalente in seguito alle prime grandi codificazioni, anche il diritto internazionale viene ripensato su premesse positivistiche, fondando la sua vincolatività sulla volontà comune degli Stati. Così come il diritto all’interno dei singoli Stati veniva pensato come fondato sulla volontà positiva dello Stato che lo poneva, così il diritto internazionale riposava sulla volontà comune degli Stati che lo ponevano e lo rispettavano, spesso spontaneamente.
 Solo nella seconda metà dell’ottocento si assiste a una vera e propria rivoluzione metodologica all’insegna del positivismo soprattutto da parte della dottrina tedesca. Si cimentano in quest’opera grandi giuspositivisti, come Bluntschli, Heffter, Triepel, Heilborn. L’intento che animava questi studiosi era invece quello di giungere a una ricostruzione del diritto internazionale coerente con i principi del giuspositivismo che si andavano affermando in quegli anni nello studio degli ordinamenti giuridici degli Stati.
Ciò naturalmente li indusse a occuparsi di problemi di non facile soluzione, come ad esempio la teoria delle fonti o la ricerca del fondamento stesso dell’obbligatorietà del diritto internazionale, giungendo a conclusioni non sempre condivisibili. Si afferma dunque un gruppo di giuristi che condivide un obiettivo metodologico fondamentale: riscattare la scienza del diritto internazionale dalle indagini fino a quel momento condotte le quali o si erano ispirate all’applicazione di principi del diritto naturale ai rapporti fra gli Stati oppure si erano concentrate sulla osservazione e registrazione della prassi degli Stati. Resta il fatto, però, che l’impostazione da loro data a molti di questi problemi e anche alcune delle soluzioni da loro raggiunte rimangono anche oggi attuali. Per cui si può dire tranquillamente che il diritto internazionale come oggi lo conosciamo e studiamo come disciplina scientifica di diritto positivo risale alla loro impostazione.

Oggi, un oggi che comincia già con la fondazione dell’Institut, assistiamo all’affermarsi di una sorta di neogiusnaturalismo, secondo il quale esistono valori comuni a tutti gli Stati, o sui quali é comunque possibile mettersi d’accordo per fondare una convivenza pacifica.
Idea questa che si ricollega ad un’altra corrente di pensiero che pure matura nell’Ottocento e che annovera tra i suoi adepti studiosi del calibro di Mancini, Anzilotti, Rolin-Jaequemyns, Westlake, Lieber, Asser, forse meno legati alla logica del positivismo giuridico ma animati da grande spirito di intraprendenza.  Essi danno vita a grandi iniziative che fanno dello studio del  diritto internazionale una cosa del tutto nuova rispetto al passato. Nel 1869 viene fondata la Revue de droit international et de législation comparée, il primo tentativo di rivista scientifica internazionale ad occuparsi di diritto internazionale. Nel 1873, come dicevamo,  viene fondato l’Institut de Droit International, una associazione internazionale di giuristi che si impegna nello studio e nella codificazione del diritto internazionale.
Il che dipende anche dal fatto che è proprio nella seconda metà dell’ottocento che maturano alcuni sviluppi di fondamentale importanza per l’evoluzione del diritto internazionale, come, ad esempio la convocazione nel 1899 all’Aja della Prima Conferenza Internazionale della Pace, cui ne seguirà una seconda nel 1907. Anche se non riusciranno a scongiurare la guerra che scoppierà di lì a poco  nel 1914 e di nuovo nel 1945, queste conferenze hanno posto le basi di un nuovo diritto internazionale basato sul ripudio della violenza e la ricerca di soluzioni pacifiche alle controversie fra gli Stati.
Conviene segnalare anche che questi studi presentano una caratteristica in comune con gli sviluppi successivi del diritto internazionale, e cioè il loro carattere in certo qual modo ideologico. Gli studiosi del diritto internazionale cui ci siamo rifatti (a differenza di altri loro contemporanei come, ad esempio, Austin e Kaufmann) non rinunciano a perseguire un loro obiettivo, che è quello dell’edificazione della pace attraverso l’affinamento degli strumenti del diritto internazionale.
Ancora oggi questo intento è condiviso dalla maggior parte degli studiosi del diritto internazionale che si pensano come una comunità militante, un insieme di uomini che si dedicano non solamente a studiare le regole del diritto internazionale, ma a forgiarne ed elaborarne di sempre nuove con il solo obiettivo di costruire fra gli Stati una pace stabile e duratura.

venerdì 21 dicembre 2012

Diritto internazionale e diritto degli Stati. La domestic analogy


di  Rosario Sapienza


Nonostante la riflessione sulle cose internazionali sia iniziata assai per tempo nella cultura europea (si può ricordare, per esempio, la “seconda scolastica” e Vitoria e Suarez sono considerati normalmente tra i padri nobili della riflessione internazionalista)  oggi si tende a non retrodatare così in là la nascita del Diritto Internazionale come disciplina tecnica e anche come professione. Gli studi di Martti Koskenniemi possono essere ritenuti conclusivi sul punto. Egli ha studiato le origini ottocentesche della nostra professione ed ha mostrato chiaramente che c'è uno stacco netto tra quanto era accaduto fino a quel momento e quello che accade nella seconda metà dell'ottocento quando si formano associazioni scientifiche intitolate allo studio del Diritto Internazionale. Ad esempio nel 1873 si  costituisce la prima associazione scientifica, l’ “Institut de Droit International”, e la stessa storia delle cattedre europee di Diritto Internazionale mostra che tutto sommato abbiamo ragione noi italiani quando rivendichiamo il primato in Europa della prima cattedra di Diritto Internazionale, cioè quella che a Torino nel 1851 fu costituita per Pasquale Stanislao Mancini. Pensate che bisogna attendere il 1866 per avere la oggi celeberrima “Whewell Chair of International Law” a Cambridge.

Dico queste cose perché da questa nuova datazione della nascita del Diritto Internazionale emerge in tutta la sua pienezza l'evidenza di un programma scientifico e pratico coerente e mirato al raggiungimento di alcuni risultati. I Padri Fondatori del Diritto Internazionale, persone che nella seconda metà dell'ottocento si proclamano alfieri della coscienza giuridica universale e pongono le basi dell’elaborazione scientifica del diritto internazionale, condividevano un convincimento: che il diritto e la scienza giuridica così come si andava sviluppando nella riflessione giuspositivistica del tardo ottocento fosse la scienza sociale per eccellenza e che quindi fosse il modo giusto di affrontare la complessa problematica dei rapporti fra gli Stati. Diversi secoli dopo Westfalia si raggiungeva la consapevolezza della possibilità e desiderabilità di un discorso giuridico sulla politica internazionale.

Questa cosa produce un risultato tra i tanti che è particolarmente interessante i nostri fini. Quella che Danilo Zolo  chiama la “domestic analogy” cioè la convinzione che le cose del Diritto Internazionale si possano affrontare per analogia con le cose che accadono all'interno degli Stati. E in effetti quello che noi osserviamo è esattamente questo: il Diritto Internazionale viene insomma costruito fin dall’inizio come una semplice amplificazione (a livello europeo, prima, planetario, poi) di dinamiche culturali e istituzionali che si affermano all'interno degli Stati.

Faccio due soli esempi. Il primo è la creazione, proprio tra la fine dell'ottocento e primi del novecento, di un'imponente apparato istituzionale internazionale che non è altro che la trasposizione a livello planetario del modello dello Stato sociale. Tutta la complessa famiglia della Società delle Nazioni prima e delle Nazioni Unite poi, che non si occupano solo di Welfare ma anche ad esempio di questioni di amministrazione dello sviluppo o di mantenimento della pace. Per esempio c'è una Organizzazione Mondiale della  Sanità, un'Organizzazione Internazionale del Lavoro e via dicendo, insomma tutto ciò che all'interno degli Stati è oggetto delle cure dell'apparato statale si riproduce a livello internazionale, perché alcuni problemi vanno oltre la capacità di trattazione e soluzione di un singolo Stato oppure perché occorre elaborare modelli che poi tutti gli Stati andranno a utilizzare. Ci sono per esempio organizzazioni internazionali che esistono col solo fine di elaborare progetti di legge che vengono offerti “chiavi in mano” agli Stati i quali poi li prendono e li trasformano in leggi nazionali, sono cioè dei colossali uffici studi a disposizione di chi desidera chiamarli. Le Nazioni Unite offrono tutta una serie di servizi: se lo Stato, ad esempio, vuole organizzare un monitoraggio delle proprie elezioni, a sua richiesta, le Nazioni Unite offrono, a costi più convenienti delle agenzie private, un servizio di monitoraggio delle elezioni. Qualche volta lo impongono addirittura. Funzionano assistendo gli Stati secondo il modello dello Stato sociale. La “domestic analogy” ci porta ad aver creato un gigantesco apparato di Stato sociale al di sopra degli Stati. Il che può creare e crea di fatto non pochi problemi di sovrapposizione delle dinamiche internazionali su quelle nazionali, sovrapposizioni che la tradizionale dinamica sovranità/non ingerenza non sempre riesce a categorizzare adeguatamente.

Il discorso può riproporsi per la tutela internazionale dei diritti dell'uomo, ed è questo il secondo esempio. Perché il Diritto Internazionale  cominciò a occuparsi di tale questione? Perché essa è diventata un elemento importante della grammatica politico istituzionale all'interno degli Stati. Quindi c’è un discorso giuridico sui diritti dell'uomo che viene dagli sviluppi all'interno degli Stati e si traspone poi al livello internazionale. Solo che questi sviluppi in materia di diritti dell'uomo, che sono già complessi e problematici all'interno di un contesto statale, diventano enormemente più complessi e problematici quando il contesto è  quello di più Stati e diventano francamente un problema nel problema quando il contesto è fatto di Stati che non condividono punti di vista salienti e significativi in materia di organizzazione sociale e di riconoscimento dei diritti.


venerdì 30 novembre 2012

Un incontro a Catania sulla rilevanza del territorio nel diritto internazionale


La X edizione dell’Incontro di studio fra i giovani cultori delle materie internazionalistiche è organizzata e promossa, nei giorni 24 e 25 gennaio 2013, dall’Università degli Studi di Catania, Dipartimento Seminario Giuridico, in collaborazione con il Centro Studi e Ricerche Coesione e Diritto, il Centro di Documentazione europea dell’Ateneo e con il supporto dell’International Law Student Association. L’iniziativa annuale, avviata nel 2003, intende offrire una sede di dibattito per i giovani cultori delle materie internazionalistiche, al fine di stimolare il confronto critico su alcune tematiche attinenti a tali discipline attraverso la presentazione e discussione di papers e materiali di ricerca sulle questioni annualmente proposte.

La X edizione dell’incontro, sul tema Un Diritto senza terra? Funzioni e limiti del principio di territorialità nel diritto internazionale e dell’Unione europea, si articolerà in tre sessioni ed una tavola rotonda conclusiva. Ciascuna sessione tematica ospiterà la relazione introduttiva di un guest-speaker, gli interventi di giovani studiosi (selezionati attraverso un call for papers) e le note conclusive di un discussant designato. La tavola rotonda, aperta dai presidenti delle sessioni tematiche, raccoglierà, nel confronto critico con i partecipanti, i risultati della riflessione avviata, offrendone una prima sintesi. I contributi selezionati, insieme con le relazioni e gli interventi alla tavola rotonda, saranno raccolti in un volume collettaneo sul tema della X edizione.  

Maggiori dettagli e informazioni relative all’Incontro di Studio possono essere richiesti  alla Segreteria organizzativa giovani-internazionalisti@lex.unict.it