domenica 22 novembre 2020

Dublino IV. Ci arriveremo mai?

 Il 23 settembre scorso, la Commissione europea ha presentato il Nuovo patto europeo per l’immigrazione e l’asilo [COM (2020) 609 final], lasciando delusi quanti si aspettavano (troppo ottimisticamente) né più né meno che l'abrogazione del sistema Dublino.


Che si chiama così perché basato sulla convenzione di Dublino del 1990 che, di fronte a una questione migratoria vista allora come cosa di poche decine o centinaia di persone, si preoccupava solo di stabilire quale Paese europeo fosse competente ad esaminare una richiesta di protezione internazionale, individuandolo nel Paese europeo nel quale il migrante avesse toccato il suolo europeo per la prima volta.

Questo approccio è rimasto in vigore attraverso le varie riedizioni della normativa europea, ma, di fronte a flussi di persone che hanno rapidamente raggiunto le centinaia di migliaia e che si sono da subito presentati come flussi misti (ossia composti da persone che possono aver diritto alla protezione internazionale e altre che non ne posseggono i requisiti), ha finito per gravare in maniera sproporzionata i Paesi mediterranei dell’Unione ed in particolare, come si sa, l’Italia e la Grecia.

Si è cercato più volte di uscire da questa situazione evocando obblighi di ricollocazione in altri Paesi dell’Unione, fondati sul principio di solidarietà previsto dall’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione.

Non si è ottenuto alcunché, nonostante l’intervento della Corte di Giustizia, che, più volte ha deciso che gli Stati non possono sottrarsi all'obbligo di solidarietà.

E nemmeno il Nuovo patto della von der Leyen, prevede la ricollocazione come oggetto di un vero e proprio obbligo giuridico.   

E, inoltre, esso appare deludente anche perché non segna l’abbandono della riduttiva prospettiva fin qui seguita dall’Unione europea. Quella cioè di non voler considerare il fenomeno migratorio come una vera e propria crisi, implicante la necessità di misure straordinarie, attenendosi invece ai principi del diritto internazionale in materia, secondo il quale non esiste, in verità, almeno fino a questo momento, un diritto a migrare giuridicamente riconosciuto a tutti gli uomini.

E così l’Unione ha costruito un sistema volto più a tutelare i propri cittadini che i migranti cui vengono riconosciuti diritti solo se possono aspirare alla protezione internazionale. 

Di qui l’accento posto anche dalla proposta von der Leyen sul rafforzamento della tutela delle frontiere esterne, attraverso un rilancio delle competenze e dei poteri di Frontex, l’agenzia dell’Unione europea preposta al controllo delle frontiere.

Restano delusi certo gli ottimisti, ma anche chi, come noi, pensa di ispirarsi a un prudente realismo.

Davvero, si poteva fare di più, comprendere che non è possibile descrivere l'Unione come capace di portare soccorso dovunque ci siano crisi e poi abbandonare al loro destino i migranti nel Mediterraneo.

Frontex non può essere la risposta.

domenica 14 giugno 2020

1920-2020. Per i cento anni della Società delle Nazioni


Cento anni fa, il 10 gennaio del 1920 cominciava a funzionare la Società delle Nazioni
  Nel secolo diciannovesimo, proprio mentre si concretizzavano gli sviluppi relativi all'amministrazione internazionale che abbiamo descritto nel capitolo precedente, questo disegno ambizioso degli utopisti dei secoli precedenti prendeva corpo.
  Nel 1899 si riuscì a convocare a L'Aja una conferenza internazionale, appunto denominata Conferenza della Pace, con l'intento, solo in parte riuscito, di dar vita a dei meccanismi stabili per la soluzione pacifica delle controversie tra gli Stati. Nel 1907 si cercò, con una seconda Conferenza internazionale, tenutasi sempre a L'Aja, di completare l'opera.
  Questo ambizioso proposito, tuttavia, non riuscì a impedire che scoppiasse la Prima Guerra Mondiale.
   Ma anche mentre infuriava la guerra, le anime belle non mancavano di sperare e di progettare una diversa organizzazione delle relazioni internazionali che potesse assicurare il trionfo duraturo della pace. Così già nel 1915, un gruppo di statunitensi, tra i quali Hamilton Holt, Theodore Marburg e il già presidente degli Stati Uniti, Taft, diedero vita a un'associazione chiamata Società per l'attuazione della pace. Nella discussione di questa associazione trovava affermazione un ben più ambizioso proposito rispetto a quel che si era cercato di realizzare a L'Aja: essi volevano la costituzione di una vera e propria Società tra gli Stati, che avesse stabilmente tra i suoi compiti precipui quello di assicurare il pacifico appianamento delle controversie tra gli Stati.
  Frattanto anche in Inghilterra maturava il convincimento della necessità di dar vita a una Società delle Nazioni, mentre nell'aprile del 1915, una trentina di persone dava vita a L'Aja a una Organizzazione centrale per la pace permanente, che mirava a fare delle Conferenze per la pace de l'Aja una organizzazione permanente.
  Questi ambiziosi propositi, tuttavia, non andavano al di là delle dotte disquisizioni tra intellettuali. Bisogna attendere il 1918 per avere una vera e propria posizione ufficiale in merito alla necessità di organizzare il mantenimento della pace attraverso l'azione per una società internazionale più giusta. Il Presidente degli Stati Uniti, Wilson, adottò i suoi famosi Quattordici Punti nei quali appunto sosteneva la necessità di un impegno a livello internazionale per una società più giusta. In particolare, l'ultimo punto affermava che "una associazione generale delle Nazioni deve essere formata à allo scopo di fornire delle mutue garanzie di indipendenza politica e di integrità territoriale ai grandi come ai piccoli Stati".
  Contemporaneamente sia il governo francese sia quello inglese avevano dato vita a delle commissioni di studio per approfondire proprio il problema della creazione di una società tra le nazioni. I risultati dei lavori di quelle commissioni vennero inviati al presidente Wilson, il quale, in quella stessa estate del 1918, affidò al suo amico e consigliere, colonnello House, il compito di studiare l'argomento. Il 16 luglio dello stesso anno, il colonnello House inviava a Wilson il suo progetto di una Società delle nazioni in ventitré articoli e un preambolo.
  Tutto era ormai pronto per la realizzazione di un ambizioso progetto che aveva visto secoli di anelante preparazione. Il teatro del tutto sarebbe stata la Conferenza per la pace di Parigi nel corso della quale gli alleati vincitori avrebbero dettato alla Germania sconfitta le condizioni della pace.
  L'argomento della costituzione di una Società delle Nazioni fece la sua comparsa già dalla seconda sessione plenaria della Conferenza, il 25 gennaio del 1919. In quell'occasione si adottò all'unanimità una risoluzione nella quale si dichiarava che lo statuto della Società delle nazioni avrebbe dovuto formare parte integrante del trattato di pace.
  Venne subito costituita una commissione apposita, presieduta dal Presidente degli Stati Uniti, e della quale facevano parte in rappresentanza di quattordici Stati, numerosi illustri personaggi, tra i quali Léon Bourgeois, Lord Robert Cecil, il Generale Smuts, Vittorio Emanuele Orlando. Dopo un intenso periodo di lavoro durato due mesi pieni, l'11 aprile del 1919, la commissione aveva predisposto un testo di statuto per la costituenda Società delle Nazioni, che venne adottato il 28 aprile dalla Conferenza plenaria e inserito, come parte integrante, nei testi dei vari trattati di pace.
  Tutto era pronto, dunque, per avviare un periodo di pace che sarebbe stato caratterizzato dalla novità, assoluta per quei tempi, della costituzione di una organizzazione internazionale capace di rappresentare il primo embrione di un vero e proprio governo mondiale.
  Sarebbe stato indubbiamente un trionfo anche per il presidente Wilson che a quel progetto aveva legato le sue fortune politiche anche in patria. E fu proprio per questo motivo che la Società delle nazioni vide la luce senza la partecipazione degli Stati Uniti. L'opposizione interna al Senato statunitense ebbe  buon gioco, calcando le tinte, a dipingere la Società come un Superstato che avrebbe privato tutti i membri della loro sovranità. E votarono una risoluzione che impediva la partecipazione degli Stati Uniti. 
  I membri della Società delle Nazioni erano, oltre agli Stati vincitori della guerra mondiale che avevano firmato i trattati, altri tredici Stati neutrali durante il conflitto che avevano aderito al patto. Era prevista, inoltre, la possibilità che entrasse a farne parte qualunque altro Stato indipendente che avesse accettato gli obblighi derivanti dal Patto e fosse stato ammesso dall'Assemblea. Gli Stati vinti nel conflitto mondiale ne vennero però provvisoriamente esclusi.
  Rispetto al passato anche recente, la Società delle Nazioni rappresentava un vero e proprio progresso. Essa aveva una struttura tripartita: un Consiglio, una Assemblea della quale facevano parte tutti gli Stati membri e un Segretariato Permanente. Può dirsi che l'organizzazione internazionale era iniziata.
  Il Consiglio era composto di cinque membri permanenti, ridottisi a quattro per effetto della mancata partecipazione statunitense, e quattro membri non permanenti (che divennero sei a partire dal 1922 e nove a partire dal 1926). I membri non permanenti erano eletti per un periodo di tempo determinato. Il Consiglio si riuniva almeno una volta all'anno, ma quasi subito le riunioni arrivarono a quattro.
  Il Consiglio, che decideva all'unanimità, era  competente a conoscere di tutte le questioni che riguardassero la situazione internazionale e che potessero mettere seriamente in pericolo la pace nel mondo. In caso di guerra, era il Consiglio che formulava proposte agli Stati membri in ordine alle misure militari da adottare nei confronti dello Stato aggressore.
  L'Assemblea comprendeva rappresentanti di ciascuno Stato membro che disponeva di un voto. Le sessioni avevano luogo una volta all'anno a Ginevra, nel mese di settembre. L'Assemblea eleggeva un proprio Comitato esecutivo (un presidente e sei vicepresidenti) e nominava sei commissioni permanenti specializzate per argomento.
  Il Segretariato preparava studi e documenti per l'Assemblea e il Consiglio, nonchè l'ordine del giorno delle sessioni dell'Assemblea. Nel giro di pochi anni arrivò a contare ben seicento funzionari, provenienti da cinquanta Paesi del mondo.
  La prima riunione dell'Assemblea si tenne a Ginevra nel novembre del 1920.  E dal 1920 al 1940, sia pure con risultati non esaltanti, la Società delle Nazioni fu veramente ciò che i suoi fondatori avevano voluto: una stabile organizzazione per studiare e risolvere le controversie internazionali e poter così eliminare la guerra.
  Parte centrale del trattato istitutivo era appunto il meccanismo attraverso il quale si cercava di indurre gli Stati a sottoporre le loro controversie al Consiglio che avrebbe cercato di arrivare a una soluzione pacifica delle stesse. Per la soluzione delle controversie di natura più strettamente giuridica veniva poi istituita una Corte Permanente di Giustizia Internazionale che rappresentò, sia pure con alcune peculiarità, la prima giurisdizione internazionale stabilmente organizzata.
  Ma il disegno della Società delle Nazioni era ben più ambizioso che quello di provvedere un articolato meccanismo di soluzione pacifica delle controversie. Essa avviò anche un sistema di amministrazione dei territori coloniali appartenuti alla Germania e alla Turchia in Africa e nell'area del Pacifico, il sistema che nello Statuto della Società veniva indicato come sistema dei mandati, perchè a uno Stato sviluppato veniva appunto demandata l'amministrazione di un territorio coloniale con il compito di favorirne la crescita economica e sociale. Così come sono da ricordare i risultati che la Società conseguì nel campo della tutela delle minoranze etniche.
  In quello stesso periodo, poi l'attività delle organizzazioni internazionali che erano state costituite nel secolo precedente continuò proficua, mentre ne furono costituite di altre, come l'Ufficio Internazionale del Lavoro,  istituito nel 1919, anch'esso con il Trattato di pace di Versailles.
 Ma certo l'attenzione rimane puntata sul difficile e accidentato cammino che la Società dovette affrontare per cercare di gestire un difficile dopoguerra e il giudizio non è mai stato tenero.

sabato 6 giugno 2020

L'impegno dell'Unione europea nella lotta al Covid-19


È stato recentemente pubblicato “L’impegno della UE nella lotta al Covid-19”, uno speciale del Centro di Documentazione europea dell’Università di Catania, curato da Francesco Caudullo, Responsabile documentalista dello stesso Centro.

Come chiarito dal curatore nella sua introduzione, la pubblicazione  «non è un documento scientifico ma, piuttosto, è un documento politico e sociale in un’accezione meramente civica, ossia legata e rivolta alla cittadinanza, e allo stesso tempo è anche un documento informativo europeo che trova la propria ragione d’essere nella lotta al fenomeno dilagante delle Fakenews e nel diritto all’informazione, così come nella mission e nel ruolo del Centro di Documentazione Europea (CDE) dell’Università degli Studi di Catania che è per suo statuto, prima di ogni cosa, un soggetto di mediazione e d’incontro tra la cittadinanza e l’Unione europea».

Va riconosciuto infatti che l’Unione si è molto impegnata, a partire dalla creazione di un Team di risposta al coronavirus, guidato in prima persona dalla presidentessa Ursula von der Leyen e composto da sette commissari, istituito già all’inizio dell’emergenza pandemica, e dalla messa a disposizione di fondi e risorse economiche da destinare agli Stati maggiormente colpiti.

Sono ancora attuali, in Italia e non solo, le critiche all’Unione europea ed in particolare alla Commissione, e anche noi su questo blog non siamo sempre stati teneri, criticando, quando ci è parso necessario, le tante lentezze e indecisioni dell’Unione, specie in materia di politica delle migrazioni, un ambito nel quale si sono evidenziate gravi carenze proprio sul piano di quello “spirito di solidarietà” che, a termini dell’articolo 80 del Trattato sul funzionamento, dovrebbe ispirare l’azione degli Stati membri e le politiche dell’Unione.

Oggi però, ci pare di poter dire, anche dopo la lettura del testo di Caudullo, che di fronte alla sfida epocale rappresentata dalla diffusione planetaria del contagio, l’Unione stia dando prova, pur tra tante difficoltà e contraddizioni, di aver imboccato la strada della solidarietà concreta.



mercoledì 12 luglio 2017

L'UNESCO e la Terra Santa





Il Comitato del Patrimonio mondiale dell'Unesco ha riconosciuto qualche giorno fa la Tomba dei Patriarchi ad Hebron, in Cisgiordania, quale terzo sito palestinese del Patrimonio Mondiale. La Tomba è un luogo santo per i musulmani che la venerano come la “Moschea di Abramo”. Essa è però un luogo santo anche per la religione ebraica, dato che è il sepolcro di Abramo, Isacco e Giacobbe. Ciò spiega le proteste del governo dello Stato di Israele che vede in questa proclamazione un ulteriore tentativo di misconoscere o comunque ridimensionare i legami dell’ebraismo con la Terra Santa.
Tanto più che questo episodio avviene poco tempo dopo una risoluzione sulla “Palestina occupata” adottata dall’UNESCO su proposta di Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan, nella quale si disconosce un qualsivoglia titolo di Israele all’esercizio di poteri sovrani anche su  Gerusalemme, considerandolo semplicemente quale “potenza occupante”, e così riaprendo una questione, quella dello status di Gerusalemme, per la verità mai sopita.
La risoluzione era già stata votata nello scorso mese di ottobre dal Consiglio Esecutivo e dalla Conferenza Generale dell’UNESCO e da subito era scoppiata la polemica (anzi un vero e proprio incidente diplomatico) perché nella risoluzione, che pure ribadiva l’importanza di Gerusalemme per le tre religioni abramitiche, la cosiddetta Spianata delle Moschee (dove si trova anche il muro del pianto) veniva indicata col solo nome in arabo Al Ḥaram Al Sharif e non con il nome  usato dagli ebrei Har HaBayit, o Monte del Tempio, altrettanto legittimo dato che il muro del pianto è ciò che rimane del Tempio edificato dal re Salomone.
Il testo adottato nel mese di maggio di quest’anno, pur contenendo una riaffermazione delle risoluzioni ONU sullo status di Gerusalemme (l’ultima è la 2334 del 2016), continua a definire Israele “potenza occupante” e così facendo sembra implicare l’illegittimità dell’esercizio della sovranità israeliana su Gerusalemme. L’Italia ha votato contro, mantenendo fede a una pubblica dichiarazione di Matteo Renzi, già al tempo della prima risoluzione.
Lo status di Gerusalemme e in particolare quello dei Luoghi Santi è oggetto di una contesa ormai pluriennale e si intreccia con la problematica complessiva del processo di pace in Palestina. Coinvolge peraltro anche i cristiani dato che Gerusalemme, come si sa, ospita i luoghi della crocefissione di Cristo. E dalle crociate in poi i cristiani non hanno mancato di curare e custodire quei luoghi, anche attraverso la Custodia di Terra Santa da sempre affidata ai padri francescani.
Che dire? Il tema è complesso e affascinante, e ulteriormente complicato dalla difficile situazione politica generale in Palestina. E’ difficile però sottrarsi alla sensazione che queste diatribe politico-diplomatiche contribuiscano solo al radicalizzarsi della contrapposizione.



giovedì 21 maggio 2015

L'ISIS prende Palmira



Giunge la notizia della presa di Palmira da parte dell’ISIS. E’ difficile al momento fare chiarezza sull’entità dei danni che costoro possano aver provocato al patrimonio archeologico di questa e delle altre zone che controllano. A parte l’ormai famigerato video girato nel museo di Mosul,  la documentazione è scarsa e probabilmente volutamente imprecisa. E’ altrettanto difficile chiarire in maniera univoca se la distruzione di tante reliquie del passato ad opera di miliziani appartenenti al sedicente Stato islamico sia dovuta a una “genuina” preoccupazione del loro fondamentalismo religioso ovvero all’intento di immettere sul mercato clandestino dei reperti molti di questi oggetti o loro parti.
Per entrambe le cose ci sono purtroppo precedenti: per la prima la distruzione intenzionale dei Budda di Bamiyan nel 2001 da parte della furia iconoclasta dei Talebani, o più recentemente, credo tra il 2012 e il 2013, la distruzione dei mausolei di Timbuktu in Mali anche qui da parte del fondamentalismo islamico. Per la seconda basterà qui citare la sistematica spoliazione del museo nazionale iracheno di Bagdad nel 2003 e la massiccia immissione sul mercato degli oggetti d’arte che ne seguì.
Da punto di vista del diritto internazionale non è nemmeno necessaria questa distinzione perché entrambe le ipotesi sono ascrivibili alla categoria della “distruzione intenzionale” delle opere d’arte della quale si occupa la Dichiarazione UNESCO del 2003.
Ma che dice nella sostanza la Dichiarazione? Raccomanda, perché di più essendo una Dichiarazione non può fare,  agli Stati sia di aderire ai  trattati esistenti, sia  di impegnarsi per l'adozione di strumenti giuridici che proteggano in maniera sempre più efficace il  patrimonio culturale (art. III, par. 4) nonché di ispirare la loro azione ai principi relativi alla protezione del patrimonio culturale in tempo di pace (art. IV) e di conflitto armato (art. V).

La Dichiarazione tenta poi di definire cosa debba intendersi per "distruzione intenzionale" che si ha quando si commette un atto inteso a distruggere in tutto o in parte il patrimonio culturale, compromettendone l’integrità, in una maniera che costituisce una violazione del diritto internazionale o una offesa ingiustificabile ai principi di umanità o ai dettami della pubblica coscienza, quando questi atti non siano già regolati dai principi fondamentali del diritto internazionale (art. II, par. 2). Formula che nella sua apparente volontà di dire tutto finisce per svuotarsi di senso da sola, dato che rischia di evocare (anzi di fatto fa proprio questo) quelle norme del diritto internazionale bellico che vietano di usare i siti culturali come postazioni militari e dunque, indirettamente, permettono in questi casi di attaccarli adducendo la “necessità militare”.

Come meravigliarsi dunque che la Dichiarazione sia venuta fuori così prudente? E che, come molti hanno evidenziato con disappunto, affermi all’articolo III para. 1 che gli Stati “dovrebbero” adottare ogni misura idonea a prevenire e impedire gli atti di distruzione intenzionale del patrimonio culturale? Perché limitarsi a dire “dovrebbero” quando un simile obbligo era stato già espresso in termini ben più vincolanti in varie disposizioni dei trattati esistenti?

La verità è che seppure tutti erano pronti a condannare quanto accaduto, molti tra gli Stati temettero che a dir le cose troppo nettamente si sarebbero poi trovati le mani legate sia in tempo di pace che in tempo di guerra. Insomma ancora una volta è la Realpolitik degli Stati a creare difficoltà che si riscontrano in fin dei conti, come abbiamo ricordato su queste stesse pagine, anche per altri strumenti internazionali in materia di tutela del patrimonio culturale.

E’ giunto il momento, dunque, almeno credo, di fare sul serio, come, sia consentito il ricordarlo, andiamo ripetendo da tempo.  Che si provveda ad  una generale riorganizzazione delle strategie di protezione internazionale dei beni culturali, sottraendole al dare e avere delle relazioni diplomatiche e dando vita a un corpo di funzionari internazionali, magari anche quelli ben preparati e motivati dell’UNESCO e delle tante organizzazioni non governative attive nel settore,  ma dotati dei poteri e delle competenze necessari per intervenire efficacemente su problemi  tanto delicati. Prima che sia troppo tardi.

giovedì 14 maggio 2015

L'Europa che non c'è. Un ciclo di seminari sull'attuazione e l'inattuazione del diritto dell'Unione europea in Italia



Ha preso l’avvio venerdì 8 maggio  a Villa Cerami il primo ciclo di seminari del progetto “L’Europa che non c’è.  Attuazione e inattuazione del diritto dell’Unione europea in Italia”, promosso dalla cattedra di diritto internazionale e diritto dell’Unione europea del Dipartimento di Giurisprudenza e organizzato in collaborazione con “Prime Note. Le voci dei giovani e il diritto internazionale in Europa”, “Coesione & Diritto Centro Studi e Ricerche” e due associazioni studentesche: il Catania Chapter dell’ILSA (International Law Students Association)  e il Comitato promotore della sezione catanese dell’ELSA (European Law Students Association).

«Il progetto “L’Europa che non c’è”mira ad evidenziare quanto sia complesso il processo di attuazione del diritto dell’Unione europea in Italia, a motivo di molteplici fattori, tra i quali spiccano certo i ritardi della pubblica amministrazione, ma non vanno sottovalutate le difficoltà che scaturiscono da certi modi di essere del nostro ordinamento giuridico e da certe rigidità culturali del ceto dei giuristi. Per questo motivo, desiderando spingere la propria analisi oltre i confini di un approccio accademico, la cattedra ha promosso nell’ambito del  progetto di ricerca un primo ciclo di seminari che saranno tutti tenuti da avvocati e altri professionisti e che sono organizzati con la collaborazione di associazioni di studenti universitari e di professionisti del settore».

L’8 maggio la relazione di Giovanna Scalambrieri, avvocato amministrativista, autrice di numerosi contributi scientifici e divulgativi sul diritto amministrativo italiano ed europeo, ha approfondito il  tema “Le criticità del processo italiano di recepimento  della normativa UE in materia di contratti pubblici”.

Domani, venerdì 15 maggio, sempre nei locali del Dipartimento di Giurisprudenza (ore 12, Aula 1 di Villa Cerami) il dottor Vincenzo Guggino, Segretario Generale dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria e componente dell’Executive Committee e del  Board della EASA (European Advertising Standards Alliance) interverrà sul tema “La dimensione europea dell’Autodisciplina Pubblicitaria. Self-regulation, Co-regulation e lo Stato”. 

L’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria – IAP, istituito nel 1966 con sede a Milano, ha redatto il Codice italiano di autodisciplina della comunicazione commerciale, e ne cura l’applicazione attraverso i propri organi. L’Unione europea in quasi tutte le direttive in materia di comunicazione commerciale ha incoraggiato e incoraggia gli Stati membri a trovare delle forme sinergiche di collaborazione con le autodiscipline nazionali, tutte facenti parte di una rete europea, l’EASA.  


Guggino  analizzerà il sistema italiano di autodisciplina, alcune delle decisioni giurisprudenziali più rilevanti e recenti,  sia a tutela delle aziende che dei cittadini/consumatori, per mostrare l’efficienza del sistema. Si soffermerà poi su come alcuni Stati hanno affrontato il tema della co-regolamentazione in questo settore, e in particolare su che cosa ha fatto o non ha fatto lo Stato italiano. 



domenica 16 novembre 2014

Nel Mediterraneo è in atto una vera e propria dislocazione di masse

           di Rosario Sapienza


            Intervenendo il 28 settembre a Terrasini a un corso di formazione promosso dalla Croce Rossa Italiana, ho sottolineato quanto il fenomeno migratorio in atto da anni nell'area del Mediterraneo sia poco compreso da chi si illude di arginarlo con pannicelli caldi come FRONTEX o Dublino III. Tra l'altro evidenziavo come:



"Sarebbe illusorio infatti pensare che il nuovo sistema possa funzionare in tempi brevi.  Ci vorrà tempo e tanta buona volontà.

Quella buona volontà che, in verità, spesso difetta ai Governi degli Stati europei, asserragliati all’interno della “fortezza Europa” a difesa dei privilegi dei propri cittadini.

Sì, perché la selettività dell’approccio al problema migratorio, selettività che lascia liberi gli Stati di decidere chi accettare e chi no sul proprio territorio, non è una soluzione adeguata all’entità e alla qualità del fenomeno migratorio in atto verso l’Europa, e specialmente nel Mediterraneo.

Vero è che gli Stati sono liberi a termini del diritto internazionale generale di ammettere e allontanare chi vogliono dal proprio territorio, ma così ragionare significa non aver preso coscienza di quanto i flussi migratori in atto significano.

E’ in atto infatti una vera e propria dislocazione in massa di popolazioni dalla sponda Sud del Mediterraneo verso la sponda Nord, non sempre legata a fatti emergenziali.

I differenziali di crescita demografica tra Nord e Sud del Mediterraneo spiegano la “strutturalità” del fenomeno e al tempo stesso la sua inarrestabilità.  Già dagli anni novanta questa consapevolezza era acquisita. Posso citare al riguardo la raccomandazione 1148 (1991) della Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa “Europe of 1992 and Migration Policies” o l’Atto Finale della III Conferenza delle Regioni del Mediterraneo tenutasi a Taormina nel 1993.

Continuare invece a considerare il fenomeno migratorio mediterraneo come legato a contingenti fatti emergenziali, o peggio indotto dalla rete di delinquenti scafisti, significa ancora una volta mettere la testa sotto la sabbia e non voler affrontare i problemi reali. E quel che è peggio far pagare alla povera gente il prezzo di questa insipienza".