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domenica 16 novembre 2014

Nel Mediterraneo è in atto una vera e propria dislocazione di masse

           di Rosario Sapienza


            Intervenendo il 28 settembre a Terrasini a un corso di formazione promosso dalla Croce Rossa Italiana, ho sottolineato quanto il fenomeno migratorio in atto da anni nell'area del Mediterraneo sia poco compreso da chi si illude di arginarlo con pannicelli caldi come FRONTEX o Dublino III. Tra l'altro evidenziavo come:



"Sarebbe illusorio infatti pensare che il nuovo sistema possa funzionare in tempi brevi.  Ci vorrà tempo e tanta buona volontà.

Quella buona volontà che, in verità, spesso difetta ai Governi degli Stati europei, asserragliati all’interno della “fortezza Europa” a difesa dei privilegi dei propri cittadini.

Sì, perché la selettività dell’approccio al problema migratorio, selettività che lascia liberi gli Stati di decidere chi accettare e chi no sul proprio territorio, non è una soluzione adeguata all’entità e alla qualità del fenomeno migratorio in atto verso l’Europa, e specialmente nel Mediterraneo.

Vero è che gli Stati sono liberi a termini del diritto internazionale generale di ammettere e allontanare chi vogliono dal proprio territorio, ma così ragionare significa non aver preso coscienza di quanto i flussi migratori in atto significano.

E’ in atto infatti una vera e propria dislocazione in massa di popolazioni dalla sponda Sud del Mediterraneo verso la sponda Nord, non sempre legata a fatti emergenziali.

I differenziali di crescita demografica tra Nord e Sud del Mediterraneo spiegano la “strutturalità” del fenomeno e al tempo stesso la sua inarrestabilità.  Già dagli anni novanta questa consapevolezza era acquisita. Posso citare al riguardo la raccomandazione 1148 (1991) della Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa “Europe of 1992 and Migration Policies” o l’Atto Finale della III Conferenza delle Regioni del Mediterraneo tenutasi a Taormina nel 1993.

Continuare invece a considerare il fenomeno migratorio mediterraneo come legato a contingenti fatti emergenziali, o peggio indotto dalla rete di delinquenti scafisti, significa ancora una volta mettere la testa sotto la sabbia e non voler affrontare i problemi reali. E quel che è peggio far pagare alla povera gente il prezzo di questa insipienza".   
  

giovedì 24 ottobre 2013

A Caltagirone aperta la XXXI Cattedra Sturzo

di Rosario Sapienza


E' stata inaugurata ieri la XXXI edizione della Cattedra Sturzo, un originale think tank che con una peculiare formula raccoglie ogni anno giovani studiosi e maestri più maturi per riflettere insieme, nello spirito laico ma cristianamente ispirato che fu di Luigi Sturzo, su una questione politica di particolare attualità.

La sessione di quest'anno è dedicata al tema "Crisi europea: declino o rinnovamento?", nella convinzione che  quello che sta accadendo all’Unione europea in questi ultimi anni abbia poco a che vedere con la crisi economica mondiale e molto con la crisi di un progetto politico  probabilmente  riconducibile all'esigenza della leadership europea di consolidare un assetto sempre più efficiente e accentrato, anche a costo di ... perdere qualche pezzo per strada.

Intervenendo alla sessione di questa mattina dedicata a  "La soglia euro-mediterranea: lavori in corso", ho avuto modo di affermare tra l'altro 

"Giustamente quanto accaduto recentemente a Lampedusa è stato definito una tragedia europea.  Probabilmente si intendeva solamente sottolineare che l’Italia non doveva essere lasciata sola a fronteggiare il problema dell’assistenza ai migranti. Credo invece che quella di Lampedusa possa essere considerata una tragedia europea, perché l’Unione europea ne porta la diretta responsabilità a motivo della sua velleitaria, confusa e ondivaga politica mediterranea. I rapporti con il Mediterraneo hanno infatti sempre rivestito una grande importanza per l’Europa e soprattutto negli ultimi venti anni. Nel 1995 l’Unione Europea prese l’iniziativa di stabilire il Partenariato Euro-Mediterraneo e nel 2004 ha avviato la Politica Europea di Vicinato nella quale fece confluire la prima.  Il Partenariato è stato politicamente bruciato da varie  determinanti, specie dal progressivo deteriorarsi del conflitto israelo-palestinese. La Politica di Vicinato ha finito per frammentare l’idea di partenza di una sorta di comunità regionale in un fascio di  rapporti bilaterali. Nell’insieme, la drammatica fase aperta dall’intervento americano in Iraq e il basso profilo che l’Unione europea ha  mantenuto nei confronti di quegli eventi, mancandole la necessaria coesione politica, ha indebolito e screditato le politiche mediterranee dell’Unione europea. Né l’Unione per il Mediterraneo, con il suo imbarazzante portato di aspirazionismi e protagonismi velleitari, ne ha risollevato le sorti.


      E chi, se non noi qui in Sicilia, deve avviare una nuova riflessione, a partire dal riconoscimento dell’esistenza di quel nesso sottile ma solido che ci lega in una comunanza di destini ai popoli dell’Africa del Nord, oggi ancora alla ricerca di una nuova stagione di diritti e di prosperità? Nesso che ha una sua dimensione ineludibile, proprio con specifico riferimento ai Paesi che si affacciano sul Canale di Sicilia (Libia e  Tunisia, soprattutto) e alle specificità socio-economiche e culturali che caratterizzano quest’area, che rimane di prioritario riferimento per noi. Prova ne sia il fatto che quasi esclusivamente da queste zone si originano i flussi migratori che finiscono sul nostro territorio. O ancora, potremmo ricordare, la singolare forma di integrazione siculo-tunisina che interessa la marineria attiva nell’area della Sicilia occidentale. Ma potremmo pure parlare della costante emarginazione economica e culturale che da decenni si riserva alla Sicilia e che in forme sempre nuove si rinnova. Dunque, nell’interrogarci sulla dimensione della dignità e dei diritti o sugli squilibri economici delle sponde del Mediterraneo, così come sugli inarrestabili movimenti di popolazione, parleremo non solo degli “altri”, ma anche di noi stessi, di un futuro che il comune passato può contribuire a disegnare diverso da come sembrano imporcelo le logiche di una integrazione europea sorda e cieca di fronte a queste urgenze".